Nora Weeks – La vita e le scoperte di Edward Bach

La vita di Edward Bach nella testimonianza di Nora Weeks

 

 

Edward Bach nacque il 24 settembre 1886 a Moseley, villaggio a circa 3 miglia da Birmingham nel Warwickshire, primogenito di una famiglia composta da 2 figli maschi e da 1 figlia.

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C’erano dunque due grandi interessi nella sua vita: un’infinita pietà per qualunque tipo di sofferenza – umana o animale – e un grande amore per la Natura.  Queste due passioni lo aiutarono a scoprire la forza guaritrice che cercava e a trovare proprio nei fiori di campo la capacità di guarire la malattia e il dolore.  

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Dal giorno in cui iniziò a frequentare l’University College Hospital fino al 1930 raramente lasciò Londra. Il suo entusiasmo e l’intenso desiderio di trovare un nuovo metodo di guarigione riempivano totalmente la sua vita.     

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Come studente di medicina, in verità, passava poco tempo sui libri perché riteneva che le nozioni teoriche non fossero il bagaglio ottimale di un medico, né il modo migliore per avvicinarsi alla sofferenza fisica di persone che reagivano in modo così diverso alle malattie da cui erano afflitte.    

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Nel 1913 Edward Bach ebbe l’incarico di responsabile medico del Pronto soccorso dell’Ospedale Universitario e, successivamente, quello di responsabile del reparto di chirurgia d’urgenza al National Temperance Hospital, incarico che però fu costretto a lasciare dopo pochi mesi a causa di gravi problemi di salute.  

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Questo lo spronò nella ricerca di altri metodi terapeutici ed egli cominciò a interessarsi a un’altra branca della medicina: l’immunologia. Divenne assistente di batteriologia presso l’Ospedale Universitario e cominciò a sperare di poter trovare in questa specializzazione una risposta al suo problema.

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La sua salute non era buona a quei tempi e allo scoppio della Grande Guerra nel 1914, con suo profondo dispiacere, gli fu più volte rifiutato il servizio militare all’estero. Comunque aveva molto da fare: divenne responsabile di oltre 400 letti per i reduci di guerra presso l’Ospedale Universitario, oltre al suo lavoro presso il reparto di batteriologia e a quello di Demonstrator e Assistente clinico di batteriologia presso l’Ospedale della Scuola Medica dove lavorò dal 1915 al 1919   💐Continua a leggere →

 

Si immerse così totalmente nei suoi esperimenti da lavorare giorno e notte, fino a perdere la nozione del tempo, tanto che quella che rimaneva perennemente accesa nel suo laboratorio venne soprannominata “la luce che non si spegne mai”.Con il passare delle settimane finì col dimenticare i suoi acciacchi, incominciò a sentirsi più forte e allo scadere dei tre mesi scoprì di stare meglio di quanto non fosse mai stato negli ultimi anni.    

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Con il ritorno alla salute, egli riprese la sua incessante attività di ricerca e la sua reputazione come batteriologo portò un numero sempre crescente di pazienti nel suo studio di Harley Street. Egli era molto incoraggiato dai risultati del suo lavoro perché aveva la sensazione di avvicinarsi gradualmente alla scoperta di quel metodo di cura dolce e sicuro che tanto desiderava trovare.

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Come lui, Hahnemann era stato fermamente convinto che il principio di ogni terapia fosse “curare il malato e non la malattia” e quindi occuparsi delle note caratteriali del paziente, del suo temperamento, del “mentale” – come Hahnemann usava dire – e utilizzare queste informazioni come guida nella scelta del rimedio più adatto, senza far riferimento al problema fisico.

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Nonostante il successo dei nosodi e del metodo di somministrazione orale, egli si convinse che i suoi 7 nosodi avevano identificato un solo aspetto della malattia – quello che Hahnemann aveva chiamato “psora” – e che quindi non curavano tutte le malattie.

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L’anno 1928 fu memorabile perché ebbe inizio la sua nuova ricerca. Bach dedicò ogni momento libero allo studio di piante e di erbe con le quali sperava di sostituire i sette nosodi batterici. Era solito tornare da una giornata in campagna o al mare o da poche ore trascorse a Kew o nei parchi, carico di campioni vegetali che trasformava in rimedi omeopatici e sottoponeva a sperimentazioni, confrontando senza successo, i risultati ottenuti con i nosodi.

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Un giorno, verso la fine di settembre del 1928, egli avvertì il bisogno urgente di recarsi nel Galles; obbedì all’impulso e fu ripagato con la scoperta di due belle piante – Impatiens dal colore malva pallido e Mimulus dai fiori dorati – che crescevano in grande quantità lungo un torrente di montagna. Portò a Londra queste piante e le preparò con lo stesso metodo utilizzato per i vaccini orali.

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Il suo era un coraggio che pochi possiedono – poiché iniziava la sua ricerca con la consapevolezza che sarebbe stato solo, senza altro aiuto che la propria profonda convinzione. Era solo, con pochi bagagli, il denaro ricavato dalla vendita degli strumenti del laboratorio, senza sapere quale sarebbe stato l’esito della sua ricerca e neppure cosa dovesse cercare.

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Edward Bach si stabilì in un piccolo villaggio gallese non lontano da Betws-y-coed, per sviluppare la teoria dei gruppi tipologici e cercare nuovi rimedi. Non aveva idea di quali piante avessero le proprietà medicinali che cercava, ma sapeva che si sarebbe trattato di piante benefiche e di altissima qualità, perché era convinto che le sostanze tossiche e le piante velenose non potessero avere una reale funzione guaritrice.

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Con il proseguire della sua ricerca Bach giunse alla conclusione che queste piante fiorivano a stagione avanzata, quando i giorni erano più lunghi e il sole più forte e potente; pensava anche che, per poter sfruttare al massimo le loro proprietà medicinali, avrebbe dovuto utilizzare solo le corolle fiorite, poiché la vita della pianta è concentrata proprio nel fiore che contiene il seme.

 

Una mattina di maggio all’alba, mentre stava attraversando un campo ancora bagnato di rugiada, lo colpì l’idea che ogni goccia di rugiada dovesse contenere parte delle proprietà della pianta sulla quale era posata, perché il calore del sole doveva magnetizzare fortemente l’acqua con i principi attivi della pianta stessa.

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Nel corso degli ultimi anni a Londra, ma particolarmente durante le settimane trascorse nel Galles, Bach si era reso conto che la sua sensibilità era andata sviluppandosi e affinandosi e che era ora in grado di sentire, vedere, udire cose di cui prima non era consapevole: egli riusciva a percepire con il tatto le vibrazioni emesse dalle piante e il suo corpo reagiva istantaneamente a queste vibrazioni.

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I primi 19 rimedi floreali furono tutti preparati in questo modo. Bach era estremamente felice di questa scoperta, perché non solo il metodo non comportava la distruzione della pianta, ma l’intero processo avveniva all’aria aperta nello stesso campo dove la pianta cresceva, i pochi fiori raccolti erano al massimo di fioritura e nel passaggio dalla pianta all’acqua non veniva perso nulla del loro potere guaritore.

 

Poco dopo i suoi primi esperimenti con la rugiada delle piante, Edward Bach riprese a vagabondare per studiare la flora della costa e così un giorno capitò a Abersoch, un piccolo villaggio di pescatori a poche miglia da Pwllheli dove decise di stabilirsi fino alla fine di luglio.

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Nel libro “Guarisci te stesso” egli spiega chiaramente come la malattia non sia dovuta tanto a cause fisiche, quanto a stati mentali disturbati che interferiscono con il sereno equilibrio dell’individuo; egli spiega inoltre come il persistere di queste situazioni provochi un’alterazione delle funzioni, degli organi e dei tessuti – alterazione che, a lungo andare è causa di malattia.

 

 

Nel libro “Guarisci te stesso”, Bach si sofferma sull’importanza della gioia di vivere, non solo perché questa genera uno stato di buona salute, ma anche perché è indice del fatto che l’individuo sta vivendo la sua vita terrena in modo completo, senza subire l’influenza altrui; solo in questo modo infatti l’individuo può essere di valido aiuto ai suoi simili.