Verso l’inevitabile incontro: accompagnare con cuore impavido

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Avevo poco più di vent’anni, quando mio padre morì. Pomeriggi all’ospedale, seduta su una sedia, con la voglia di scappare, di stare con il mio bambino, nato da pochi mesi. Nell’apoteosi ormonale del post-partum, la Morte era proprio l’ultimo incontro che avrei voluto fare. La vidi arrivare e la osservai prendersi mio padre, respiro dopo respiro. Fino a dove si sarebbe spinta? Gli avrebbe risparmiato il terrore?

L’unica cosa che seppi fare fu tenergli l’ossuta mano. Il cuore a mille. La gola chiusa. Silenzio. Impotenza.

Rimpianto che ritorna periodicamente, tanto più ora che l’età mi confronta  spesso con l’idea e la presenza della Morte. Rimpianto per non aver saputo dire il mio amore, i miei grazie, i miei riconoscimenti, credendo a medici che affermavano che tanto non capiva più.

La vita a breve mi avrebbe fatto incontrare Bach e poi due volte l’accompagnamento di giovani amici. Ho avuto anni in cui il tema non mi lasciava e facevo spesso assistenza telefonica ai caregiver.  Fui persino tentata di fare un corso di tanatologia, arrivando a pensare che quella dovesse essere la mia specializzazione.  In ogni caso l’incontro è inevitabile.

Ebbi così l’onore di accompagnare Gioia che voleva smettere di soffrire, ma non riusciva a lasciarsi andare, tormentata dalla preoccupazione per la madre che con un fil di voce, attenuata dalla morfina, mi aveva confessato qualche giorno prima. Conoscersi è un gran vantaggio, perchè i parenti del moribondo spesso non sanno darci le info che ci servono per scegliere il Fiore giusto. Ho imparato allora e mai dimenticato, nella mia vita e nella professione, che dobbiamo lasciarci andare all’intuito, al sentire, lasciare che il Fiore giusto arrivi a noi e, in queste occasioni, osservare il rapido effetto dei Fiori sul corpo: il ritmo del respiro, le smorfie, le contrazioni muscolari, i lamenti, di modo da cambiarli in fretta.

Luca invece non voleva proprio morire. Bello come il sole, anche nella rapida malattia, biondo, occhi azzurri, muscoli da cavallerizzo… Luca era arrabbiato, ma tanto! E arrabbiati erano i parenti, accorsi al suo capezzale. Con la loro rabbia lo trattenevano. Me ne accorsi e ne parlai con sua moglie. Lo sentiva anche lei. Chiese alle persone di uscire. Aprì le finestre e si sdraiò sul lettone accanto a lui, cominciando a cantare “Imagine”. Quando lei taceva, dal giardino arrivava incessante il canto degli uccelli.  In breve tempo il corpo di Luca si rilassò e nel giro di tre ore, l’anima sua saltò l’ostacolo e scelse l’oltre, con cuore impavido, lo stesso che sentivamo noi due, vicino a lui, a casa sua, non in un ospedale!

Non pensate mai che la situazione sia troppo difficile per i Fiori!

Sempre grazie, Dottor Bach!

Vera Paola Termali